Post

In evidenza

50 sfumature di melanina: storia del colore della pelle

Gli studi etnografici e la tassonomia razziale
Nero, bianco, giallo, rosso: così Linneo (Carl von Linné, 1707-1778) definiva nel Systema Naturae del 1758 i diversi colori della pelle umana in relazione alla 'specie' di appartenenza. L'Africano era nero, l'Asiatico giallo, l'Europeo bianco e l'Americano rosso (d'altro canto, chi non ha mai sentito parlare dei "pellerossa"?); i colori poi erano legati ad altre caratteristiche, sia fisiche sia socio-comportamentali.
Lungi dall'essere fuori dal mondo, quella di Linneo era una classificazione perfettamente in linea con la cultura scientifica del XVIII e XIX secolo, periodo in cui lo studio delle caratteristiche fisiche costituiva la base dell'antropologia e degli studi etnico-razziali.
Oggi, per fortuna, sappiamo che il colore della pelle non è in alcun modo legato a personalità e comportamento, e da una ventina d'anni abbiamo iniziato a comprenderne i diversi significati biologici, nonché …

Il campo magnetico ha ucciso i Neanderthal (?)

In questi giorni notevole risalto mediatico è stato dato alla "notizia" che l'uomo di Neanderthal sarebbe scomparso a causa di un <<crollo (a circa il 25% del valore attuale) improvviso del campo magnetico terrestre>> [1]. Si tratta di uno studio del Cnr-Ismar di Bologna, in collaborazione con la Florida, ad opera di due paleoclimatologi, Luigi Vigliotti e Jim Channel. La "notizia" ovviamente suona incredibile ai nostri occhi, e forse il problema è proprio questo. Ma vediamo insieme per quale motivo (anzi, per quali motivi), bisogna guardare con occhio critico affermazioni simili.
Ipotesi o certezza? Innanzitutto, nell'articolo di Repubblica si parla di IPOTESI, e non di una tesi comprovata o di una risposta certa (anche perché di risposte certe al mondo direi che ce ne sono veramente poche). L'enciclopedia Treccani definisce l'ipotesi in senso scientifico come <<prima formulazione di una legge, non ancora sperimentata o sperimentab…

Lucy e l'evoluzione del bipedismo

Immagine
Tra i fossili più famosi al mondo c’è "Lucy", scoperta nel 1974 da Donald Johanson nell’Afar (Etiopia), divenuta paladina del nostro blog e simbolo di uno dei gruppi di ominidi più studiati: le Australopitecine.

Australopithecus afarensis: ovvero, Lucy
A. afarensis è una delle specie di ominidi meglio conosciute: i ricercatori possono contare, infatti, sui resti di oltre 300 individui! Lucy e i suoi compagni vissero in Africa orientale fra 3.85 e 2.95 milioni di anni fa. Come tutti i primi ominidi, aveva caratteristiche miste ‘ape-like’ (tipiche delle scimmie antropomorfe) e ‘human-like’ (tipiche dell’uomo). Il cervello era ancora piccolo: circa 400 centimetri cubi (meno di 1/3 di quello umano e simile a quello degli scimpanzé). Come nell’uomo moderno, vi erano delle differenze nelle dimensioni fisiche tra i due sessi: i maschi raggiungevano i 150 cm di altezza e i 40 kg di peso, mentre le femmine in media erano alte 100 cm per 30 kg di peso.



Il resto del gruppo
Altre tre sono l…

Neanderthal: ritratto di un sofisticato "uomo delle caverne"

Immagine
Prendete delle pelli di animali, alcuni strumenti grossolani, ossa spesse e robuste ed evidenze di vita in ripari rocciosi o anfratti ed ecco qua: avete ottenuto il perfetto ritratto dell'Uomo di Neanderthal, l'"uomo delle caverne"! Una creatura bruta, selvaggia, non intelligente, spazzata via dalla nostra specie (più intelligente) e la cui unica arma vincente era la forza fisica [1]. Se potesse parlare, sicuramente l'Uomo di Neanderthal oggi si ribellerebbe ad una descrizione tanto approssimativa e decisamente non realistica dei suoi simili, il cui nome, a inizio '900, fu relegato nei bassifondi dell'antropologia, ai confini con le Scimmie (che poi, siamo scimmie anche noi, ma questa è un'altra storia..). Per sua fortuna, negli ultimi decenni numerosi ricercatori hanno provveduto a riabilitare il suo nome e a riconsiderare la sua importanza nell'evoluzione umana, fornendoci un ritratto più realistico dei nostri cugini più prossimi. Vediamo quindi…

Intolleranza al lattosio. Cosa ci dice l'evoluzione?

Immagine
Se chiedessimo a 10 nostri amici di rispondere alla domanda "tu lo digerisci il latte?", probabilmente tutti o quasi risponderebbero "sì". Sembrerebbe quindi che la maggior parte della persone sia in grado di digerire latte e derivati senza problemi, mentre solo pochi, che si trovano in una condizione 'anomala' o patologica, sono intolleranti al lattosio. E se vi dicessi che non è così e che, invece, la "condizione normale" è proprio l'intolleranza? Lo so, sembra strano, ma il motivo della mia affermazione c'è e si trova nella storia evolutiva recente dell'uomo. Vediamola.

Lattosio e allattamento
Innanzitutto, un breve inquadramento sull'oggetto del nostro articolo: il lattosio. Il lattosio è il principale zucchero del latte ed è costituito da due molecole: un'unità di galattosio e una di glucosio (lo zucchero più diffuso in natura). Il legame fra le due molecole, detto legame (1→4) ß-glicosidico, viene scisso (idrolizzato) dall&…